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Prefazione

Silk è il secondo disco dei Dropshard. Dopo l’uscita del primo album Anywhere but Home e numerosi concerti in giro per il Nord Italia e non solo, la band si concentra sulla scrittura e la composizione di un nuovo progetto. L’album è il risultato di una lunga gestazione durata oltre 3 anni e mezzo dalla quale emerge la crescita e maturazione della band.

L’idea di partenza nasce dal voler raccontare un’ipotetica città nella quale si incontrano e si scontrano diverse tipologie di luoghi. Il disco si sviluppa come un viaggio le cui tappe non sono mai dei luoghi fisici e/o materiali, bensì i luoghi dell’animo umano. La band decide di non utilizzare la formula del concept adottata per il precedente album poiché in questo nuovo percorso ogni luogo si traduce in una emozione o stato d’animo che ha bisogno di essere raccontata utilizzando diversi linguaggi musicali. Dunque in questo nuovo Lp possiamo ascoltare diversi generi, dal rock al pop, dall’hard rock al progressive, dalla musica elettronica alla musica acustica finanche la musica corale. Nonostante sia molto forte e pronunciata la volontà di sperimentare e utilizzare diversi generi il sound della band non perde mai una propria identità, anzi si rafforza e tira fuori esattamente tutto quello che è un grado di fare ed esprimere evitando di porsi alcun limite o vincolo.

L’album non segue quasi mai un filo logico, poiché vuole rispettare quella che è la realtà di tutti i giorni, nella quale la casualità ricopre un ruolo importante, sovente determinante. Ogni brano è come se fosse un fotogramma di un film che si apre con una sorta di prologo, Insight, nel quale un ipotetico protagonista sembra essere giunto alla fine del suo cammino. La fermata del bus, che come direbbe l’etnologo e antropologo francese Marc Augè è un nonluogo, si trasforma in momento di riflessione nel quale siamo costretti a ripensare alla strada fatta e ad avere piena coscienza di ciò che abbiamo fatto per giungere fino a questo punto, per andare avanti ed intraprendere nuove strade. Il tempo della riflessione svanisce presto, all’arrivo del nuovo bus, metafora di una nuova strada, di una nuova possibilità e alla vista di un possibile futuro il passato evapora come le pozzanghere al sole.

Eyes parla dell’amore impossibile e il luogo di appartenenza è ancora una volta astratto ed appartiene alla sfera dell’irrazionalità, nella quale il sogno e l’immaginazione si mescolano con la realtà cercando di prevaricare. Quando quest’ultima esce dominante dallo scontro interiore spegne qualsiasi tipo di illusione ed il corpo, ormai privo di qualsiasi emozione, cade a terra inerme, carne disillusa.

Cell 342 rimane ancora nella stessa sfera emotiva del brano precedente ovvero l’irrazionalità. Il brano, che a prima vista potrebbe sembrare quasi didascalico, tratta l’argomento della pazzia in modo molto polemico ed a tratti irriverente. In questo nuovo luogo che è un ipotetica cella di manicomio c’è un’affascinante gioco delle parti nel quale il malato passa dall’essere aggressore ad aggredito, indebolito e portato in fin di vita dai farmaci somministratigli dai medici. L’essere umano lancia un grido disperato e rivendica la sua normalità chiedendo al medico di togliersi il camice (simbolo che riveste il ruolo separatore tra curante e curato) eliminando così ogni tipo di gerarchia. In fondo nessuno è veramente pazzo, ma allo stesso tempo lo siamo un po’tutti.

Con Tied Together la ragione e l’irrazionalità si mescolano. Il brano è autobiografico e parla delle difficoltà che la band ha affrontato in questi ultimi tre anni. Tutto questo si traduce anche in musica con una prima parte molto cupa, a tratti rassegnata, stanca, stressata e arrabbiata ed una seconda parte descritta da colori molto più chiari, tenui e serafici dove la riflessione porta alla comprensione e risoluzione dei problemi e dove il compromesso cancella l’ottuso orgoglio personale e restituisce luce al bene comune.

Con Seat ritorniamo nel mondo dei non luoghi; il protagonista, giunto in un aeroporto addormenta il corpo stanco e ritorna bambino, affascinato dagli aerei che prendono il volo. Mentre il sonno offusca la realtà, prende spazio il mondo onirico rappresentato dal brano seguente.

Perpetual Dream è, come dice il titolo stesso, un sogno perpetuo, metafora della vita di tutti i giorni e del gioco di abitudini che addormenta il corpo e soprattutto lo spirito. Il brano esorta a svegliare la mente, a prendere da soli le proprie scelte e ciò che è giusto per noi. Il pensiero rende liberi.

Il brano successivo è la più naturale conseguenza al sogno, ovvero il risveglio. Get Out And Run è un brano completamente strumentale, dove anche le voci, attraverso le poche parole del testo volutamente poco comprensibili, tessono una tappeto che va a mescolarsi con gli altri strumenti acustici. In questa traccia è la musica e la sua frenesia e non le parole a descriverci quello che accade, ovvero la fuga da un mondo che non ci appartiene più.

Giungiamo dunque alla strada senza fine, The Endless Road, che non è altro che una descrizione di tutto ciò che la mente rifiuta. La strada diventa dunque un luogo di purificazione nel quale il protagonista guarda con occhio critico e rifiuta la società che lo circonda, rivendicando ancora una volta il libero arbitrio. Alla fine di questa strada tortuosa arriviamo al luogo più spirituale del disco.

Less is More è una sorta di limbo ultraterreno nel quale non esiste più niente. In questa sorta di deserto atemporale troviamo un Robot, unica memoria e testimonianza del passato e dalla sua voce metallica esce il testamento di una società che voleva cambiare il mondo.

Maya nasce da un’importante esperienza che la band ha avuto la fortuna di fare ovvero l’incontro con i ragazzi de “La nostra famiglia” di Bosisio Parini. Il luogo raccontato in questa canzone è quello del disagio, del trauma e delle difficoltà affrontate da bambini ai quali la vita ha chiesto loro di diventare adulti prima del tempo. Questa canzone è dedicata a tutti loro.

Il disco si chiude con Memento, un brano strettamente collegato alla famosa pellicola di Cristopher Nolan, ed affronta il luogo della memoria e della sua fugacità. Il testo parla dei ricordi e del rapporto che noi abbiamo con essi, i quali non sempre sono l’immagine fedele del nostro passato, ma spesso, plasmati dalla nostra volontà diventano contro-immagine dei nostri desideri. L’argomento trattato è particolarmente spinoso perché ci obbliga a riflettere su una questione apparentemente semplice. I ricordi sono l’unica cosa che ci tiene collegati al nostro passato e pur essendo uno strumento piuttosto potente sono allo stesso tempo fragili, confusi e spesso bugiardi. Sta a noi ed a ciò che sentiamo nel profondo prendere la strada giusta e fare le giuste scelte; i ricordi, così come le fotografie e qualsiasi altro oggetto che ci collega al nostro vissuto mentono spudoratamente; non sono altro che la proiezione mentale e materiale dei nostri desideri.

L’album, prima della chiusura effettiva, regala una piccola sorpresa… non vi resta che ascoltarlo e farci sapere cosa ne pensate.

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